Al Sing Sing festival

Al Sing Sing festival



Ci muoviamo col pulmino verso il festival. Eric il manager e missionario del posto dove dormiamo non è mai andato al festival. 
Eric è un tipo sulla quarantina, americano. Pastore battista e missionario in Papua. Veste con una maglietta del Lodge di cui è manager, dei pantaloni color cachi con grosse tasche ai lati e un cappello alla Indiana Jones. Vive a Mount Hagen da più di quattro anni.



Dice che la sua missione è proprio quella di convertire al cristianesimo queste persone e quindi il festival lo vede come una cosa in contrapposizione. In realtà la mia visione è diversa.  

Lungo la strada la cosa impressionante è vedere la moltitudine di volti ai lati della strada immobili. Fermi. Che non fanno nulla. Che fissano lo scorrere della vita. 
Ad aspettare un bus che non deve passare.
Il contesto rurale di campagna è alternato da baracche e immondizai. In un contesto completamente amalgamato col verde.




Il festival che è stato creato nel 1964 dallo Stato Papuano ha l’obiettivo di far conoscere e pacificare le più di 600 tribù papuane che parlano più di 800 idiomi diversi. Gli scontri tribali ci sono ancora oggi, soprattutto nella zona delle Highlands in cui siamo. Nella zona delle western highlands tra Mendi e Tari soprattutto.
Le lingue franche sono l’inglese e il pidgin che è una lingua ibrida. Mescolanza di lingue di popolazioni differenti, venute a contatto a seguito di migrazioni, colonizzazioni, relazioni commerciali.



Per accedere al festival il costo per i turisti è di 300 kina, contro i 5 kina dei locals per poter vedere la manifestazione dalle collinette ai bordi dell’arena. Con il biglietto da 300 kina è possibile entrare nell’arena e vedere lo show dall’interno. Quella che viene chiamata Arena, in realtà è uno spoglio campo da rugby, attorniato da collinette. Esiste solo una piccola tribuna che può ospitare una cinquantina di persone riservata ai turisti e una tribuna un po’ più grande ma con meno posti per le autorità.

Quello che loro chiamano ‘Lo Show’ si articola principalmente in due fasi: nella prima al di fuori dell’arena le molteplici tribù si truccano e si preparano prima delle 10 della mattina. 
 



In questa fase si può salutare e conoscere le persone che parteciperanno alla manifestazione. Sono tutti molto disponibili e sono molto contenti di fare foto e stabilire un contatto con gente che arriva da lontano. La maggior parte non si conosce e molti non parlano la stessa lingua. Quindi quando iniziano i canti molti non si capiscono. 

La seconda fase invece prevede l’entrata nell’anello più interno dell’arena per i turisti e l’entrata nell’arena per le tribù seguendo un ordine preciso. Purtroppo fin dall’inizio i turisti possono entrare nell’arena e pertanto la parte iniziale dello show perde un po’. Però c’è da dire che entrare dentro l’arena è veramente spettacolare. 

Si respira l’area di festa. I colori. I volti. Le persone sono felici di essere lì. Si possono vedere gli uomini scheletri, gli uomini di fango (Mud Man). 
 


Molte tribù arrivano dalle zone di Hagen, alcuni da Goroko. Ma altre arrivano anche da lontano, oltre i 220 chilometri. 
Balli, danze. Musica e canzoni. Non è un evento fatto solo per i turisti. I turisti sono una conseguenza. Fino a pochi anni fa i turisti non venivano a queste tipologie di festival. Più passano gli anni e più i turisti arriveranno perché è uno spettacolo incredibile vedere tutte queste tribù in un unico luogo che cantano e ballano.



Il festival termina alle 2 del pomeriggio. Rientriamo alla guest house e chiedendo informazioni se è sicuro girare per la città di Mount Hagen ci dicono che fino al calare delle tenebre è sicuro. Dopo diventa molto pericoloso anche per loro. Ci sono i pasqualini ubriachi e senza luce non bisogna uscire. Proviamo a fare un giro e sembra tutto molto tranquillo. Ci salutano tutti. Poi vicino alla piazza centrale, nei pressi del mercato invece l’atmosfera si fa meno amichevole. Ci scrutano. Il nostro passo raddoppia. Si vedono raggruppamenti di ragazzi che ci guardano diversamente dai volti curiosi visti precedentemente. Saluto uno di loro e mi giro. Il Pelo continua a guardarlo e il ragazzo papuano gli fa il segno della pistola. Ok, è meglio rientrare. Fortunatamente casa nostra e circa 500 metri. Il sole è ancora alto. Difficilmente con tutta quella gente qualcuno ci può fare qualcosa ma è meglio evitare. Il segno della pistola è abbastanza eloquente. 
Chissà se era veramente un Pasqualino o voleva solo fare lo sbruffone. Meglio non scoprirlo.
Siamo rientrati. Il cielo è azzurro sopra la Papua.  


Commenti

Post popolari in questo blog

Sulle rive del Sepik

Pecorelle di mare

A cena coi cannibali