Scalata verso il cielo


Scritto da Lino

La giornata inizia con classica sveglia alle 6 e mezza e colazione. Alle 7 siamo pronti per
iniziare la salita al monte Hagen.
Incontriamo i nostri amici che ci accompagnano: ci sono alcuni dipendenti del Mountain Lodge
e altri ragazzi conosciuti in loco il giorno prima giù nel piccolo villaggetto di 500 persone. Tra
questi c'è Enry di 13 anni, minuto con Converse ai piedi, pantaloni lunghi e t-shirt gialla.
Spicca il suo bel sorriso e la sua vivacità.


Non sono molti i turisti che vengono in zona, a detta loro siamo i primi italiani che conoscono.
Iniziamo la salita, la notte prima è piovuto come spesso capita in zone di montagna. Il tempo è
umido ma fresco. Il cielo è coperto quasi completamente dalle nuvole. Da apripista c'è un
ragazzo giovane sulla ventina con un machete che ci fa strada tra le sterpaglie. La strada è
pessima, viscida e piena di fango. A parte qualche tratto iniziale con visuale aperta sulle
campagne circostanti gran parte del tragitto è in mezzo alla foresta con molte zone d'ombra,
sembra quasi una giungla, molti alberi ricoperti di muschi e licheni. Non batte quasi mai il sole
e per fortuna è 'dry season' - stagione secca.
Il gruppo di salita è formato complessivamente da noi cinque, due francesi di Singapore e il
resto da tutta gente locale.
Dopo la prima oretta di cammino ognuno inizia a prendere il proprio passo e si formano due
gruppetti. Rimango nel secondo. Enry sembra avermi preso in simpatia e mi prende un po' in
giro dicendomi che i miei amici mi hanno abbandonato. Gli rispondo con un sorriso che lì vedo
tutti i giorni e son felice per qualche ora di non vederli, lui controbatte dicendomi di non
preoccuparmi e che rimane lui a chiudere il gruppo insieme a me.
Proseguendo dopo circa due ore e mezzo usciamo finalmente dalla foresta e scorgo il gruppo
dei ragazzi avanti di un bel pezzo, siamo sopra i 3000. Loro forse sono già 300 metri sopra.
Penso di poterli raggiungere facilmente perché si fermano spesso a sostare, forse son stanchi
ma ancora non realizzo bene che il problema non è quello, ma è il fiato vista l'altura.
Tra le varie mini soste per riposare Enry mi mostra sotto in lontananza, piccolissime, la chiesa
e la scuola del suo villaggio. Mi dice che è cattolico e anche praticante e, a differenza nostra,
ogni domenica va in chiesa. La funzione religiosa qui dura circa due ore. Proseguiamo ma è
sempre più tosta ad una nuova sosta Enry inizia a cantarmi l'inno papuano - momento molto
solenne - che mi rincuora e mi fa riprendere fiato; i ragazzi però non si vedono più, hanno
passato il crinale e chiedo a Enry quanto manca alla cima; mi risponde all’incirca un'ora e a
quel punto desisto perché penso sia troppo... mi sento mancare il respiro ad ogni passo in
salita. Voglio evitare di star male qui dove non esistono praticamente medici. Sono passate
quasi tre ore e saremo sui 3500 metri. Avvisati gli altri compagni del rientro, inizio la lunga
discesa insieme al mio nuovo amico Enry.


Scendere è ancora più impervio della salita, ma lo avevamo inteso già dalle prime ore del
mattino. Prendiamo la strada del fiume che mi dice essere più corta. Nel frattempo
approfondiamo la nostra conoscenza, gli chiedo dei suoi sogni, lui da grande... vuole essere
un giocatore di rugby e guadagnare un sacco di soldi. In famiglia sono in nove, mamma, papà
e sette figli di cui cinque maschi. Una sorella morta in un incidente in macchina, purtroppo. Ha
la tv e la radio a casa da dove ascolta e impara le canzoni che mi canticchia mentre
scendiamo giù verso il sentiero. Enry è affamato, abbiamo inoltre diviso la mia unica bottiglia
di acqua che avevamo durante la salita. Gli altri suoi amici avevano con loro banane e acqua
per il gruppo. Noi purtroppo nulla. Gli prometto che quando arriveremo nuovamente al
Mountain Lodge uscendo da questa giungla fangosa gli darò il sandwich pomodoro, cipolla,
prosciutto cotto e formaggio che mi avevano preparato per pranzo e che avevo
imprudentemente lasciato per il rientro pensando fosse molto più rapido il tutto, il ragazzino mi
sembra molto felice all’idea. Nel frattempo ci fermiamo perché Enry ha visto una pozza
fangosa abbastanza pulita (per lui): si china sulle ginocchia con i suoi pantaloni lunghi nel
fango ed inizia a sorseggiare l'acqua per dissetarsi. Rimango basito, non riesco a dire parola
Enry spezza il silenzio chiedendomi se ne voglio un po' anche io. Lo ringrazio, ma declino.
Posso sicuramente resistere a questo gesto estremo anche se per lui questo magari è pura e
semplice normalità.
Continuiamo a scendere e con una buona frequenza scivolo nonostante le mie scarpette
tecniche, lui anche, ma incredibilmente meno di me. Sarà questione di abitudine. Per fortuna
sono solo cadute da farci due risate con qualche schizzo di fango qua e là. Ad ogni passo un
po' più impervio, se può, mi da sempre una mano. Lui davanti e io dietro. Ogni volta che mi

sente scivolare mi chiede scusa come se fosse negligenza sua, ma al massimo sono io che
devo rimanere concentrato ad ogni passo.
Enry mi parla ancora dei suoi sogni quelli un po' più alla portata questa volta, appena potrà
vuol comprare un telefono e mi chiede il numero così da potermi chiamare quando lo avrà.
Non ha idea di cosa sia una chiamata internazionale, ma non voglio spezzare i suoi sogni
quindi gli rispondo con entusiasmo dicendogli che gli scriverò il mio numero appena arrivati.
Siamo ormai a quattro ore di discesa, un calvario, sentiamo dei rumori, incontriamo due
giovani tizi di circa vent'anni che si aggirano con il machete nella foresta, ma fortunatamente
Enry mi rassicura subito dicendo che sono suoi amici. Sospiro di sollievo. Fermandoci con loro
mi dicono che stanno tagliando della legna per costruire le loro case giù al villaggio allora gli
auguro buon lavoro e proseguiamo.
Enry mi spiega che quando Pym ha costruito il Mountain Lodge ha tagliato un sacco di alberi e
i resti di segatura sono ben visibili in qualche punto del percorso che stiamo facendo. Molte
travi in legno sono avanzate e sembrerebbero anche in buone condizioni quindi loro ne hanno
approfittato anche per le loro abitazioni. Ne prende anche lui una in mano, dicendomi che gli
serve appunto per quello scopo ma dopo mezzora di cammino si stanca e la abbandona
dicendomi che tornerà quando vuole a riprendersela. Mi chiedo come farà mai a ritrovarla in
quel labirinto di alberi. Guardo nuovamente l'orologio, siamo a quasi a cinque ore di discesa,
molto probabilmente il piccolo non è 'sgamatissimo' sul percorso e infatti ammette di avermi
fatto fare un'altra strada che dice avere le stesse tempistiche; ma capisco bene, dal tempo
ormai trascorso, che forse non è cosi. Non importa, basta che arriviamo in fretta, dico tra me e
me.
Mi conferma che massimo dieci minuti e ci siamo.
Dico che non gli credo, sorridendogli.
Incontriamo altri due suoi amichetti in mezzo alle campagne che non parlano una parola di
inglese. Enry mi spiega che non tutti i bambini lo studiano perché dipende dal lavoro che
vogliono intraprendere da grandi, ma il tutto mi sembra strano, sono confuso, forse non ho
capito bene io o forse sono solo esausto e quindi glisso il discorso.
Ormai voglio solo arrivare.
Incontriamo altri due piccoli che avranno si e no sette o otto anni, con due tronchi di legna a
testa, grossi il triplo di loro da portare in spalla. Peseranno circa venticinque chili. Enry mi
lascia andare davanti e mi guida solo a voce perché vuole aiutare i suoi amici. Mi sento in
dovere di aiutarlo anche io, glielo chiedo, ma lui declina, dice di pensare a prendermi cura di
me e che è tranquillo e di non preoccuparmi per lui. Frasi da uomo ormai vaccinato. Rimango
impressionato dalla forza che ha per la sua età. Chissà quanti problemi potrà avere da
anziano. Ecco forse perché gli anziani son gobbi penso..
Finalmente ci siamo. Siamo arrivati! Enry mi dice che mi aspetta fuori lui nel lodge non può
entrare perché lo sgriderebbero. Gli dico allora di attendermi circa quindici minuti. Tempo di
pulirmi le mani piene di terriccio e i piccoli graffi e rinfrescarmi un attimo, poi vado da lui con il
mio sandwich e mezza bottiglia grande di acqua in mano e glieli porgo, mi ringrazia
felicissimo, d'altronde è abituato a mangiare ogni giorno sempre patate dolci, quindi potrebbe
essere paragonabile ad un giorno di festa questo pranzo. Rimango con lui per paura che gli
altri bambini lì presenti litighino tra di loro anche solo per averne un morso; gli lascio la
bottiglia d'acqua con una piccola mancia per l'aiuto nella discesa. Ci sta.


A questo punto lo saluto abbracciandolo e gli dico "good bye" augurandogli buona fortuna per i
suoi sogni. So che difficilmente lo rivedrò e sono un po' triste, ma in fondo spero che un giorno
possa anche lui a riuscire ad emergere da qui e viaggiare in giro per il mondo e imparare a
conoscerlo, come stiamo facendo noi.
Ciao Enry....

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